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Passando da Stekel. Edizione critica dell'Autobiografia di Wilhelm Stekel

di Michele Lualdi (Autore)

"Mauvais sujet, bête noire della psicoanalisi, canaglia. E ancora: intemperante, incostante, senza scrupoli, bugiardo, meschino, "porco", imbecille. Così Freud definì a più riprese Stekel dal 1911, verso la fine del loro sodalizio. Né la successiva tradizione psicoanalitica è stata più tenera nei confronti di questo pioniere, del quale ci ha fatto giungere un'immagine prevalentemente svalorizzata o negativa tout court. Pure, occorrerebbe riconoscere a Stekel diversi meriti, come anche Freud dovette, a volte suo malgrado, fare. Nel panorama italiano più ancora che in altri, Stekel è stato ed è figura privata di voce: una lettura critica della sua autobiografia può consentire di accostare la sua parola, le sue idee e la sua versione su come andarono le cose con Freud e con la psicoanalisi, divenendo spunto per più ampie riflessioni sulla storia delle prime fasi di questa disciplina e dei suoi primi protagonisti".

Informazioni editoriali

  • Titolo Passando da Stekel. Edizione critica dell'Autobiografia di Wilhelm Stekel
  • Autore Michele Lualdi
  • Data di uscita 2015
  • Editore Youcanprint
  • Pagine 708
  • ISBN 9788891194305

Recensioni clienti

4 su 5 stelle sulla base di 1 Recensioni
Da Davide Cavagna il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

Tratto da: Psicoterapia e Scienze Umane, 2016, L, 2: 325-326 – www.psicoterapiaescienzeumane.it Michele M. Lualdi, Passando da Stekel. Edizione critica dell’Autobiografia di Wilhelm Stekel. Tricase (LE): Youcanprint, 2015, pp. 708, € 38,00 Wilhelm Stekel (1868-1940) è noto ai cultori di psicoanalisi per essere stato uno dei primi fedelissimi di Freud – con cui ideò e fondò la Società Psicologica del Mercoledì – e di lì a poco uno dei primi dissidenti, assieme ai ben più celebri Adler e Jung. Autore prolifico e talentuoso, il suo lavoro è finito nell’oblio anche per la damnatio memoriae operata dallo stesso Freud – che ne cancellò i riferimenti dalle sue opere – e la fama non immeritata di mauvais sujet come, sempre Freud, lo definì in una lettera a Ferenczi del 10 aprile 1911 (Lettera 211F, in: S. Freud & S. Ferenczi, Lettere, Volume 1: 1908-1914. Milano: Raffaello Cortina, 1993, p. 278). Benché la sua figura sia stata riconsiderata dagli storici (si veda ad esempio il libro di Paul Roazen del 1975 Freud e i suoi seguaci [Torino: Einaudi, 1998]), Stekel rimase e rimane persona non grata nel mondo psicoanalitico, in particolare in Italia, dove le sue pubblicazioni sono poche e datate. Questo volume, ideato e curato dallo psicologo psicoterapeuta Michele Lualdi, viene così a coprire una lacuna innanzitutto editoriale. Il libro non è però semplicemente la traduzione dell’autobiografia di Stekel, un’opera minore pubblicata postuma in traduzione inglese nel 1950 a partire da un testo composto dal 1938 e che giunge fino a pochi mesi prima della morte. Si tratta invero di un’occasione per documentare la vicenda stekeliana, sia la sua personalità infiltrata di evidente narcisismo, sia la sua intuizione teorico-clinica, che ha avuto un’influenza non irrilevante nella speculazione freudiana (basti pensare a temi come il simbolismo onirico, la pulsione di morte, l’astinenza analitica). Benché definito “edizione critica”, questo volume è piuttosto un enciclopedico sforzo di ricognizione storico-critica del personaggio Stekel all’interno della cultura del suo tempo (come testimoniato dalle quasi ottocento fitte note al testo) e illustra non solo le vicissitudini dell’autobiografia e del suo autore, ma consente, appunto “passando da Stekel”, di attraversare il pen¬siero freudiano a partire da un punto di vista inedito – come fu altrettanto inedita la scelta di Stekel di automarginalizzarsi dal movimento psicoanali¬tico, rimanendo comunque non troppo lontano da Freud, fino alla morte a Londra per suicidio nove mesi dopo quella del padre della psicoanalisi. Lualdi ci persuade che Stekel abbia ancora qualcosa da dire, al di là di teorie forse oggi considerate datate o ingenue e nonostante una superficialità clinica (al limite forse dell’invenzione narrativa) qual è mostrata dalle innumerevoli storie di casi che costellano le sue opere, ben diverse dalle ampie e ponderate “novelle” freudiane, ma più simili a cronache a volte sensa¬zionalistiche. Non si troverà comunque solo questo di Stekel nei dieci capitoli dell’autobiografia; piuttosto, accanto al suo “romanzo di formazione”, una testimonianza curiosa sulla nascita della psicoanalisi, dal vero e proprio “apostolato” freudiano fino alla dissidenza e allo sviluppo di una minoritaria scuola di “analisi attiva” cui Stekel si dedicherà fino alla morte. In margine, ancora, troviamo brevi scritti, tra cui le sue note sul “vincolo del nome” nel destino dell’individuo, intuizione fatidica per qualcuno il cui nome venne poi dimenticato. [Davide Cavagna]

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