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L'anima e il lago

Recensioni

L'anima e il lago

di Giorgina Busca Gernetti (Autore)
5 su 5 stelle sulla base di 9 Recensioni
Da Giorgina Busca Gernetti il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI - LETTERA ALL’AUTRICE Torino, 18 gennaio 2011 Cara e gentile Signora, Le sono vivamente grato dell’invio della Sua raccolta di versi che ha un titolo fascinoso e offre una mirabile e incantata rappresentazione laghista, degna di essere messa a confronto degnissimo di migliori laghisti inglesi. "Tra le canne", "Non odo più", "Tramonto sul lago in inverno" sono, fra tutti, i testi indimenticabili. […] Giorgio Bárberi Squarotti

Da Giorgina Busca Gernetti il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

Nell’apparente passività di un “lago” lombardo, l’evocazione di Giorgina Busca Gernetti riscopre una tragica memoria consumata d’improvviso (e imprevista) in un tempo di guerra: il giovane padre della poetessa in un’azione aerea perde la vita; lei ancora non – nata, ma poi coinvolta in un assoluto dolore, che la sua “anima” rende attivo e minaccia una spontanea e traumatica continuità! La sintesi del disegno permette di pensare a un’interrogazione da cui è difficile distogliere sia la pena, sia la solitudine che riavviano l’amara visione, il lacerato e multiplo codice dell’affetto trafitto, e la stessa architettura del fato imposto alle persone che il padre ha lasciato davanti alla sua scomparsa. Così, Giorgina Busca Gernetti ricompone la persistenza acre che attraversa e accerchia la sua psiche e la dignitosa disperazione. Ed ecco, nel secco silenzio del ricordo e di un’atroce pre – neonatalità, tutti i momenti e i movimenti anche mentali della sua passione indimenticabile. Nei versi di un poemetto (in tredici lasse intitolate) conferisce l’immagine molteplice dello sfacelo familiare e ormai adulto quanto mai. L’animazione quindi è rivolta ai modelli poetici ai quali l’Autrice è più votata, in una rievocazione ritualizzante su verso limpido, luci non funeree, ritmi metafisici a segno religioso, insonni e fantasmatici, anziché a cronaca necrologica o a codici prestabiliti, scanditi dall’uso comune. In un “lago grigio, / pallido, livido” // “ ancora un lampo / squarcia violento le nuvole / e s’inabissa / nell’onde tumide” // “si gonfia minaccioso in onde nere / e schiaffeggia le rive” // “scrosci dal cielo nel grigio dell’anima / che s’annulla nel lago” //. E, nel continuum della comunicazione conflittuale, la frequentazione ai riferimenti al lago oscuro, all’anima oppressa, ritrova campi verticali e vibrazioni assidue di poeticità mai fiaccata. La morte è una fissità tutt’altro che utopica, e lo svolgimento segnaletico affianca una soluzione ad assimilazione cristica, dove l’evento è un ben decifrabile “crucifige”, sia per l’uomo – padre che ha ispirato la “ricordanza”, sia per l’anima dolorosa che rinnova la mediazione postuma, e un ridefinirsi angoscioso di quanto è accaduto nel medesimo frangente ibrido e fosco: “ed io non sono più viva / sulla terra feconda”! Così, questi graffi descritti per sensibilità e amore, non si sa quanto abbiano di interiettivo jacoponico, e quanto della filmografia sulla storia contemporanea, abituata a raccontare tutto di quello che rilegge della realtà direttamente, per far spettacolo e rendere vividi gli stessi strappi di esistenza. Qui non ci sono “anni solari” come accade al prolifico nonagenario fiorentino Giovanni Stefano Savino, ma insospettabili, ipertrofici e insistiti tormenti, che fanno a meno della letteratura e delle approssimazioni elegiache quotidiane. E, intanto, dai versi campeggia, a conti fatti, una protesta contro la guerra che, insieme all’urlo del tiranno, distrugge - in infiniti disastri - corpi e risorse di ogni civiltà. La poesia è quindi al centro di ogni temperatura per regolare le turbolenze epocali e le lotte per la pace. E questo è un indubitabile senso per dissuadere da tutti i passati e fino al presente, colti da tentazioni universali che, comunque, non possono insegnare qualsiasi sopportazione per eliminare la vita di ognuno, fissata pertanto da palpitanti cicatrici e scaraventata in qualsiasi suolo o tumido lago . Domenico Cara Giorgina Busca Gernetti: "L’anima e il lago", Edizioni Pomezia- Notizie, 2010.

Da InfoBraille il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

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Da Giorgina Busca Gernetti il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

GIORGINA BUSCA GERNETTI L’ANIMA E IL LAGO Edizioni Il Croco/Pomezia-Notizie, 2010 (ora in YOUCANPRINT, Tricase (LE) 2012 * L'anima e il lago - poemetto in tredici step di densa affabulazione - vincitore del "Premio Città di Pomezia 2010" (sezione poesia), ci ripropone l'opera della poetessa Giorgina Busca Gernetti, una delle figure più interessanti del panorama poetico nazionale. Busca Gernetti riesce infatti ad innestare le caratteristiche di una modernissima e personale pagina poetica sugli strumenti metrici e compositivi validati dalla tradizione: valendosi di una struttura strofica estremamente variabile, che intercetta il classico e poggia solidamente sulle indefettibili categorie leopardiane dell'endecasillabo e del settenario. L'anima e il lago muove da vicende riconducibili all'esperienza personale, intrisa di sofferenza e di rimpianto, per dilatarsi alla vicenda del dolore universale. E, in quanto tale, suscettibile di un'immediata appropriazione da parte del lettore. Un lettore che si vuole attento, sofisticato, sensibile: come deve essere giocoforza chi preferisca la lettura della poesia alle più corrive forme di intrattenimento letterario. Partendo dalla Tempesta sul lago in agosto, l’Autrice declina subito le caratteristiche della sua opera: un descrittivismo pittorico (in cui si alternano momenti elegiaci e altri di intensa drammaticità), giustapposto, non sovrapposto, a una diegesi intima, a un dialogo con se stessa alla ricerca delle radici della vita e del dolore. Non ci vuole molto a intendere il registro intimista e la natura intesa come stato d'animo, come proiezione del sé nel teatro del panorama lacustre. Lago che è insieme reale, coi suoi insondabili abissi di funerei presagi, e metaforico di un liquido amniotico in cui la vita si genera e si esalta. Così le visioni realistiche si fanno simulacri di incubi, fino all'epifania finale di un giorno in cui la solarità onora candide vele, cigni e gabbiani, sciogliendo le inquietudini e risolvendo i legami del buio. Forse la disperazione si apre ad un messaggio di speranza. Forse, lo spirito può riemergere a più pacati orizzonti. Forse è dalla forza limpida della poesia che si può aprire una prospettiva persuasa e pacificata. Sandro Allegrini Pubblicato in “Pomezia-Notizie”, n.2/2011

Da claudia il 22 mar 2021
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le premesse sembrano interessanti, quando l' avrò letto dirò la mia..... claudia

Da Adriano il 22 mar 2021
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Mi colpisce il messaggio e penso a tutta l'attesa. Al periodo nel limbo. Certo il finale è da scoprire

Da Giorgina Busca Gernetti il 22 mar 2021
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RIFLESSIONI di ANNA GERTRUDE PESSINA Un’aria suggestivamente romantica, scevra di cascami lacrimevoli e struggimenti sentimentaloidi, aleggia, ovattata di inquietudine, ne L’anima e il lago di Giorgina Busca Gernetti, Primo Premio Città di Pomezia 2010. Già il titolo, nell’indivisibilità della componente spirituale e naturale, evoca una sottesa/palese empatia tra le tempeste dell’io e quelle della natura, minacciosa, fosca, tetra come, talvolta, foschi, tetri, neri, sono gli itinerari della psiche. Con tale criterio interpretativo abbiamo letto i tredici brevi, intensi componimenti de L’anima e il lago, pubblicati su Il Croco, novantaquattresimo quaderno di Pomezia-Notizie. Nota e stimata dal pubblico degli intenditori, la poetessa, nella silloge in discorso, coglie le corrispondenze, che avverte strettamente unificate, tra l’anima e il lago. Il canto lirico, di delicato nitore scritturale, è di toccante ampiezza musicale e tale rimane anche quando la parola si fa problema e il problema transita dall’immanente alla sfera gnoseologica e metafisica. L’anima non ha responsi che svelino arcani, ma, a corrispettivo, sembra trovare un alter nel lago solitario, grigio. Esso si gonfia, | ondeggia improvviso, | pallido, freme, livido. | Un brivido | raggela le rocce | sferzate, spazzate | dal vento impietoso, addirittura nel cuore dell’estate. È lo Stürmer und Dränger della natura che impatta la situazione psicologica dell’autrice: come il cielo, anch’Ella, lacrima gocce amare di pena. Lo scenario di antica natura onnipossente stimola la Busca Gernetti a sciogliere le maglie di un interrogare sommesso, carico di punti oscuri e di scarse certezze sul finalissimo dell’essere, su l’arcana ragione delle cose, del criptico | loro linguaggio, di cui vorrebbe possedere la chiave che apre la soglia segreta. La domanda all’istante s’inabissa | nell’onde tumide; l’angoscia opprime, distrugge come il vento le canne | della palude deserta. Suffraga i brevi poemetti la brama di conoscenza, sostanziata con l’uomo copernicano e proveniente dal lontano. Macera e attrae finanche il vecchio anonimo e la sua pretesa di decrittare le rune, senza avere, forse, mai sfogliato il libro della cultura. La sua, come quella dell’umanità tutta è una curiosità storica e sempre attuale, perennemente inappagata, visto che il futuro è impenetrabile e che un Silenzio d’abisso penetra il vuoto irreale dell’anima. In questa congerie il lago suscita interrogativi trascendenti, formulati dall’io con un sussurrare flebile, che culla melodie su pettini antichi. Esse alonano di poetico i dilemmi più inestricabili. Pur restando insoluti, suggellano l’ansia vana della rivelazione, placano lo sfogo, confortano il cammino dell’andare, anche se i dubbi restano, l’Oltre rimane Oltre ed introvabile è la chiave che apre la porta del Mistero. Di qui il vagare dello spirito sul lago grigio senza sosta, | … Non luce vera illumina i suoi giorni, | non luce sul Mistero. * Recensione pubblicata in "Literary.it" e in "Sentieri Molisani" * Tutti i corsivi sono spariti!

Da Anand il 22 mar 2021
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Grazie caro, sei un amico, ti voglio bene, apprezzo i tuoi complimenti perchè so che sono sinceri, spero che queste canalizzazioni arrivino a chi è pronto e a chi vuole percepire quella pace e serenità che è dentro ognuno di noi, quell'Uno che ci abbraccia tutti. con affetto..

Da Giorgina Busca Gernetti il 22 mar 2021
Pubblicazione cartacea

Giuliano Ladolfi in "AtelierBlog", 26 aprile 2011 Giorgina Busca Gernetti, "L’anima e il lago", Il Croco, Pomezia 2010 ora in Youcanprint, Tricase (Lecce) 2012 * Nessun sentimentalismo, ma evanescenza e sospiri della natura in un paesaggio da favola, dove gli interlocutori sono il lago, il vento, le canne, contraddistinguono la breve, ma preziosa raccolta della Busca Gernetti. Gli elementi descritti, quindi, corrispondono a sentimenti dell’animo e la tempesta sul lago in agosto altro non rappresenta che un turbamento interiore causato dal riaffiorare alla consapevolezza di una ferita che il passato ha nascosto ma non ha guarito. L’io poetico, infatti, si sente travolto dal “Mistero” di vicende che superano l’umana comprensione e generano una sensazione di inconsistenza: «Sono una fragile donna che vive / nell’ostico, ferreo mondo / senza trovare una risposta / che illumini il buio profondo, / che squarci la nube del dubbio». A poco a poco la percezione interiore si trasforma in angoscia, cui corrispondono le urla rabbiose del vento «che s’infuria» sul lago; sopraggiunge allora la percezione del vuoto con la conseguente disindentificazione del sé rappresentata dall’avida notte che «rapida rapisce e nasconde / nelle sue tumide pieghe del manto / anche quel poco barlume di bianco». Evanescenza personale, quindi, ma soprattutto evanescenza di una realtà che in modo impercettibile agisce sull’animo: «Lo scheletro biancastro / allunga su di me il suo braccio scarno». E proprio questa visione prelude, unitamente ad una travolgente sensazione di perdita: «Non odo più stormire / le verdi fronde amiche / di musica frementi / nell’odorato viale». Quell’Oltre, quel Mistero, che si era affacciato alla coscienza, assume la fisionomia di una persona precisa: «“Padre, sei tu?” Pare esclamare fioca / l’anima spirito del lago grigio / […] / Ora gli abbracci / solo tra fredde ombre»; l’anima risponde: «Sorte amara per te, piccola mia, / e per me, che mi spensi nella morte / piangendo le mie bimbe abbandonate / senza poter vedere / te, che crescevi ancora dentro il grembo / della madre piangente». Neppure Vittorio Sereni, da cui sono ripresi i temi del lago e del colloquio con i morti, giunge ad un’intensità affettiva di tale profondità. Ma l’Ombra vaga inconoscibile sull’acqua come il motivo delle vicende umane: «Ma tutto è Mistero» e «Buio il Mistero». E nella dolente musicalità del verso dello sfondo mobile dell’acqua la poesia placa, in un’accettazione trattenuta il ricordo, la ferita non rimarginata, il senso di un’esistenza non compiuta: «E se dal fondo lo spirito emerge / la luce pare opaca, pare spegnersi» Giuliano Ladolfi in "AtelierBlog", 26 aprile 2011

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