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Libera Spronati

Libera Spronati

5

Il cielo privato

 

 

 

 

 

 

 

Arriva in commissariato con anticipo tremendo. Ha coperto in tempo massimo la breve distanza che separa casa sua da questo posto. Un giro lunghissimo, oltre un quarto d’ora al passaggio a livello che avrebbe potuto facilmente evitare, ma alla fine è arrivato, è qui.

L’ampio locale gli si para dinanzi caotico e vitale, presentandosi ingombro di scrittoi sovrastati da computer e scartoffie, animato da macchie in divisa che gli schizzano avanti per svanire all’istante, comparse anonime, incapaci d’ottenere attenzione.

Come un automa percorre la corsia delineata dai banchi a schiera e paralleli e alle sue spalle, proprio di fianco alla porta d’accesso, campeggia chiara e ben visibile una didascalia che invita a “Non fumare”.

Lui fuma, sempre ed in continuazione. Nessuno l’ha mai visto giungere un sol giorno privo dell’immancabile sigaretta. Sarà che quando lascia casa ha già in mente questo posto, sarà che ancor prima di varcarne l’uscio ha già chiuso il mondo fuori, chissà se l’ha mai vista quella scritta.

Giunge dunque con lui la prima folata di fumo, troppo inconsistente a quest’ora del mattino, troppo debole nell’aria intrisa di caffè, governata dalla frenesia di mille borbottii telefonici.

Siamo al Leopardi, edificio su tre piani, metafora dell’attività anticrimine partenopea. Sede di svariate sezioni, distinte e specifiche perché tali sono gli obiettivi da perseguire in simile guerra. Lui vi è dentro, sino al collo, è una certezza impossibile da omettere perché questo posto è la sua droga, la sua prigione, è la gabbia dorata contro la quale si fracasserebbe il cranio se tentasse l’evasione. Se tentasse, appunto.  Perché allontanarsi da qui significherebbe perdere il proprio cielo privato, la zona perfetta dove ogni virata è in realtà una sorpresa preannunciata, dove il planare basso e suicida porta sempre e comunque ad un atterraggio in piedi.

Percorre l’animo del Leopardi, l’enorme quadrato che asservisce chiunque v’acceda per la prima volta, essenza di caos fiancheggiato nel perimetro da continue pareti in vetro per nulla disposte ad occultare i numerosi uffici al di là di esse. È ancora a mezza via quando il senso di vuoto torna a stordirlo, pochi istanti e sarà nel suo ufficio. Suoni e saluti riacquistano consistenza annullando per ora le riflessioni mattutine. Il pavimento chiaro ne attutisce il passo irrequieto, riverberando al contempo la luce vittoriosa che forza le finestre di là dalle pareti vitree. Si sta bene qui, quasi s’avverte calore. Fuori si gela però, La Terza lo sa, è da lì che proviene e a lui il freddo non giova, specie se adornato di sole, lo rende intrattabile, ancor più scorbutico di quanto non sia già di suo nelle giornate migliori. 

Troppi occhi s’interessano a lui, sguardi impazienti oppure sollevati, sorpresi o famelici. Spiate seminascoste o spudorate, velate, gli si schiantano addosso per poi scivolar giù, via dal corpo asciutto e tornito dell’uomo che è, un uomo che ha costantemente corso, senza mai intravedere l’ambito traguardo, nessuna sosta, nessun punto di ripristino accettabile. E qui dentro, come fuori del resto, ci sono esseri pronti ad esultare per un suo passo falso, disastroso o semplicemente traballante. Gente che vive nell’attesa che tale momento si compia, individui che lui stesso conosce, bene e da anni. Troppi anni ormai.

Non sono questi i pensieri che ammarano però, tutt’altro. Lui rimugina su quegli uomini che neppure si voltano vedendolo sopraggiungere, gli uomini per i quali lui c’è, sempre, anche quando la scritta “ Commissariocapo La Terza ” campeggia chiara sul mezzo vetro della porta e lascia libera la visuale nella stanza vuota. Perché per loro quest’uomo rappresenta la certezza, quell’ideale insito in ogni agente mentre presta giuramento, il senso di giustizia che raramente permane.

Nella successione degli eventi, dopo la dipartita di De Pretis, svariati sono stati i tentativi piovuti dall’alto con l’unico scopo di sfaldare il mito di questo poliziotto, del regno creatosi tra queste mura che tanto danno un’idea di libertà quanto l’opprimono.  Ed il tentativo di allontanare i “suoi” di uomini, mediante trasferimento o insostituibile collaborazione esterna, ha dato il via ad un movimento cauto e ponderato con mèta prefissasi di intaccare e sgretolare le fondamenta di un impero che non ha alcuna ragione d’esistere e che fonda la propria possanza su basi inammissibili, “perché De Pretis è morto”, e continuare a spalleggiare simile battaglia contribuisce unicamente a riversare sull’intero dipartimento  una serie infinita di pesanti osservazioni, assai poco gradite ai livelli più eccelsi, dove la domanda è unisona: “possibile che un sol uomo sia capace di proferire una derelitta parola, vacua e priva di garanzia e nonostante ciò, farsi seguire da un nutrito esercito senza nessun bisogno di spiegazioni?” Insomma: a cosa va riducendosi la forza dell’ordine?

Le promozioni son pervenute adagio, dapprincipio sussurrate negli androni, risalendo mormorando i corridoi, favorendo la percezione collettiva in merito a quanto avveniva. Colpendo fulminee, a perfezione. Attaccando nei punti giusti e lasciando il tempo che trovavano. I primi infetti gli ultimi arrivati, legati a La Terza da quell’im­magine idealistica ramificatasi nel tempo dell’accademia, durante quella formazione che avrebbe dovuto portarli ad essere “come lui”. Tagli al personale, alle spese, alle gambe. Ascendendo man mano, dritto agli uomini di fiducia. Con calma però, senza sollecitudine. Giusto perché La Terza percepisse quel frantumarsi tutt’in­torno, quell’inarrestabile degradazione della misera zolletta che ancora s’ostina ad innalzarlo.

Meno di un mese fa, l’ultimo smottamento. A quanto pare di Corso non si riesce più a far a meno alla centrale romana, e le pressioni tramite il di lì commissario Trusco, ormai prossimo al pensionamento, lo invitano a decidere quanto prima. 

L’ultimatum non ha minimamente impensierito Corso, ma è stato il primo vero franamento intuito da La Terza.

Degli uomini considerati “troppo” suoi, solo una minima parte ha accettato l’inatteso avanzamento o la provvidenziale dislocazione. Però Corso è diverso. E Daniel lo sa. Il posto di commissario alla mobile scomparsi romana è la sua ambizione da quand’era ragazzino. Sono anni che rimanda. La minaccia è che gli subentri un giovane raccomandato, in realtà neanche troppo giovane, ma sicuramente avanzato in carriera tramite spintarelle di cui non è mai stata definita l’origine.

Continua ad incedere ed è quasi arrivato, intanto strizza gli occhi due o tre volte com’è solito fare quando risolve di mettersi in discussione e di dover quindi decidere solerte.

Gli uomini a sua portata sono pochi, ma fidati. È a loro che oggi deve una spiegazione, lui che non s’è mai tormentato di trovarne una per sé, oggi sa di doverla a loro. Oggi molla: ma sì, fanculo a tutto, è questo quel che pensa ma il desiderio unico è scordare, evadere l’assillo di questi anni e la domanda ricorrente avida d’un presagio sul ricavato della resa. Ed è meglio farlo oggi, , intanto che Corso è a Roma per il solito motivo. Sono anni che si avvalgono del suo aiuto, agevolati dalla crescente stima di Trusco.

Sol ora La Terza s’accorge d’aver bloccato l’esistenza all’amico, come a Giulia. Basta! Ha appena messo piede in ufficio che la voce di Ascione lo infastidisce d’urgenza. Ascione, venticinque anni, forse l’agente più inutile di tutto il distretto, perché c’è da sostenere che nel rimpiazzare gli sbirri in partenza qualcuno lassù non si sia sforzato poi tanto. Giovane carne da mandare al macello, senza neppure controllarne il bollino di provenienza. Ma a conti fatti, chissà che invece non si siano applicati sin troppo.

«Ascio’ mo non è cosa.»

«Commissario veram …»

Le parole gli rientrano in gola intanto che la porta gli appiattisce il naso. Ciò che il commissario odia, sono gli inutili giri di parole, non ammette che ne siano usate più di un dato numero in un discorso. Probabilmente i lemmi contenuti in un quotidiano superano quelli adoperati da lui stesso durante quest’anno.

Osserva distrattamente Ascione allontanarsi di là dal mezzo vetro sul quale ha tuttavia stampato le labbra.  Poco distante si apre l’a­scen­sore. Novello e Mazza sono due dell’investigativa. Uno ha quasi la sua età, l’altro lo supera di dieci anni. Tra i suoi, sono quelli per cui oggi “deve” trovare una spiegazione al perché, di punto in bianco, stamattina s’è svegliato munito di coscienza. Gli sguardi s’in­crociano per caso, i due afferrano al volo che nulla di buono ne scaturirà.

Cosa gli dici eh, commissario? Che stamattina ti sei messo a guardare il mare e la cosa ti ha sconvolto?

Sorride iroso e compiaciuto adesso, vedendo uscire Berillo assieme a Bonomo da uno degli uffici attigui. Un istante dopo vede materializzarsi anche la sagoma lunga e ossuta del gip Intagliatore.

Ottima squadra quei tre, con i due magistrati disposti ad ali di Bonomo, che in quanto primo dirigente deve sorbirsi sul collo il loro fiato e nelle orecchie le cazzate.Ma almeno potrebbe evitarci ‘sta visione e portarseli su da luie invece no, ultimamente transitano tanto spesso qui davanti cheDaniel è stato più volte tentato d’alzarsi e cedergli l’ufficio. Eppure la stima in Bonomo non gli scade, forse perché fin troppo conscio dei ripetuti tentativi perpetrati dall’amico-superiore di mostrare all’autorità giudiziaria l’atten­dibilità del “suo” commissario capo.

Perché stando alle dicerie che vanno per la stragrande, e che vogliono La Terza prossimo alla pazzia, a detta di molti messe in circolo proprio dagli altri due, Bonomo tenterebbe così di tutelarlo. Mostrandomi come un Labrador che sa stare a cuccia. Stringe denti e labbra, della cenere casca sul piano dello scrittoio ma non è per questo che spegne con ira la sigaretta. Attende. Berillo volta casualmente il capo in quella direzione e sembra intenzionato a fargli un cenno di saluto, ma c’è in entrambi troppo astio per badare alle convenienze e il magistrato ritira agile sguardo e proposito.

Berillo è un pubblico ministero e passa, proprio come Intagliatore, tra un’indagine e l’altra più tempo in questo posto che non a casa propria o in tribunale.

La Terza è certo che sia solo sceneggiata l’unione contro tutti dei due magistrati, questo pappa e ciccia per amor di legge.Stanno tenendosi buoni a vicenda. Perché in fin dei conti l’ultima parola l’ha il gip. Ma da quel poco che si sa di Intagliatore, e quel tanto che si vede nel maldestro camuffamento, è bastato a convincere Daniel che quei due metri d’ossa abbiano a proprio tempo aderito pienamente, pur badando a non farne troppo sfoggio, alla promozione del...

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