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Bertoldo e Bertoldino (col Cacasenno di Adriano Banchieri) di Giulio Cesare Croce
 
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Informazioni editoriali {DATI}
  • Titolo: Bertoldo e Bertoldino (col Cacasenno di Adriano Banchieri)
  • Autore: Giulio Cesare Croce
  • Data di uscita: 2019
  • Editore: Youcanprint
  • DRM: Assente
  • ISBN: 9788831639828
{DATI_FINE}
EBOOK
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{DESC} Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è la raccolta di tre popolarissimi racconti (Le sottilissime astutie di Bertoldo, Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino e la Novella di Cacasenno, figliuolo del semplice Bertoldino), i primi due scritti da Giulio Cesare Croce e l’ultimo da Adriano Banchieri, pubblicata per la prima volta nel 1620. I racconti riprendono e rielaborano novelle antichissime, in particolare la medievale Disputa di Salomone con Marcolfo. Nel Bertoldo si narra dell’immaginaria corte di re Alboino a Verona e delle furberie di Bertoldo, contadino rozzo di modi ma di mente acuta, che finisce per diventare consigliere del re. Bertoldo è affiancato nelle sue imprese dalla scaltra moglie Marcolfa e dal figlio sciocco Bertoldino. Nel racconto di Banchieri il protagonista è invece lo stolto Cacasenno, figlio di Bertoldino, il quale crescendo ha messo un po’ di giudizio. Principio narrativo comune ai racconti di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è la contrapposizione tra la vita semplice dei contadini e quella artificiosa e vana dei cortigiani. ‘Bertoldo’ è passato poi a indicare, per antonomasia, il contadino rozzo ma saggio e dotato di senso pratico. La contrapposizione tra i due mondi è evidenziata dalla morte di Bertoldo. Il re Alboino era così ammirato dall’ingegno del contadino da volerlo sempre accanto a sé, pertanto gli impose di vivere a corte. Questa vita non era adatta a Bertoldo, che aspirava a tornare a zappare la terra e a mangiare i cibi semplici a cui era abituato (soprattutto rape e fagioli). Il re non comprese le motivazioni di Bertoldo, che finì per ammalarsi e morire a causa della vita di corte. Solo allora re Alboino comprese il suo errore, ma per Bertoldo non c’era niente da fare, così comandò che sulla tomba di Bertoldo fosse impresso il seguente epitaffio scritto in caratteri d’oro: In questa tomba tenebrosa e oscura, Giace un villan di sì deforme aspetto, Che più d’orso che d’uomo avea figura, Ma di tant’ alto e nobil’intelletto, Che stupir fece il Mondo e la Natura. Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto, Fu grato al Re, morì con aspri duoli Per non poter mangiar rape e fagiuoli
 
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