La letteratura italiana della migrazione
 
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La letteratura italiana della migrazione
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La letteratura della migrazione nasce nel 1990 con la pubblicazione di tre libri, scritti a quattro mani: Chiamatemi Alì del marocchino Mohamed Bouchane, Immigrato del tunisino Salah Methnani e Io venditore di elefanti del senegalese Pap Khouma; segue nel 1991 La promessa di Hamadi del senegalese Saidou Moussa Ba, una sorta di 'viaggio interiore' attraverso l'Italia dei pregiudizi razziali e del disag [»»]io sociale. Si tratta della cosiddetta letteratura di testimonianza, nata dal bisogno degli intellettuali migranti di farsi ascoltare, di comunicare, attraverso la scrittura, direttamente con il pubblico italiano. Sono testi, spesso autobiografici, che parlano di violenza e di razzismo, di solitudine e integrazione impossibile tra immigrati e società italiana. Ma nello stesso tempo, sono anche testi che riflettono le culture dei paesi di origine. [««]
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Giovedì 24 Marzo 2016
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Yousef Wakkas, Giovedì 24 Marzo 2016 17:52
Yousef Wakkas
A cavallo del cambio di secolo si è verificato un fenomeno del tutto nuovo nell’ambito del nostro patrimonio letterario, ed è l’apporto dato dagli scrittori "non italiani ma di lingua italiana". Un ricco universo ancora da valorizzare. Prendiamo il caso della Francia e della così detta letteratura francofona, per capire meglio, in forma comparativa – che, come sosteneva il filosofo Nicolò Cusano, è la forma migliore di ogni ricerca – il fenomeno della attuale letteratura della migrazione in Italia e in Europa. Un fenomeno iniziato a cavallo della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI. ………………………………….. Come si vede, quindi, la letteratura italiana della migrazione rappresenta una vera e propria mondializzazione della cultura italiana, perché essa proviene da tutte le parti del pianeta e perché la scelta di scrivere in italiano è una condizione nuovissima dal punto di vista interculturale, in quanto la scrittura è translingue-bilingue. L’italiano, infatti, è il prodotto di un vero e proprio salto in bocca alla nostra lingua nel tempo di una sola vita, tagliata a metà dal trauma migratorio e salvata (in un senso inverso a quello della formula di Elias Canetti, più vicino, invece, a quello del "salvataggio" nella scrittura del computer) in una lingua assolutamente nuova. Come dice il mio amico, e grande raccontatore, Youssef Wakkas, siriano: «Penso in arabo e scrivo in italiano». …………………….. Ritengo che la letteratura italiana della migrazione sia già un "tesoretto" interculturale notevole per noi altri che leggiamo in italiano: serve a mondializzare la nostra mente. Niente di più e niente di meno. Armando Gnisci professore associato di Letterature comparate presso La Sapienza di Roma
 

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