Alessio Tanfoglio
 
Quando ancora le strade erano di terra battuta e i bambini ci giocavano con biglie e pallone, le ragazze correvano felici e alcune cocciutamente si esercitavano col cerchio ai fianchi senza trovare un brandello d'apollinea bellezza, quando ancora le stagioni erano segnate sul calendario e non c'era alcun dubbio del loro arrivo, tutto sembrava avvolto come in una armonia musicale. La festa di San Francesco con la messa obbligatoria anche se non era domenica e "La nebbia agli irti colli", non erano una formalità, ma segnavano l'arrivo fastidioso della scuola quando ancora il suo inizio s'imponeva ad ottobre. Con le giornate corte di luce e con il buio delle 6.30 del mattino, smettevo di andare a servire messa, occasione che da febbraio iniziava la mia giornata e quella di Silvano, Silvio, Sergio, Marco e Tiziano. I turni stabiliti da don Bernardo non erano quasi mai rispettati e spesso ci si ritrovava tutti insieme prima, molto prima dell'apertura della porta della chiesa, segno di attaccamento al dovere ma anche ai riti del suonare la campana delle 6.15 e del preparare tutto ciò che serviva alla vestizione del celebrante (che in alcuni periodi dell'anno vedeva il curato don Nicola). Mi piaceva fare il chierichetto, forse perché mi dava il privilegio di essere più vicino al mistero. Gli inverni erano freddi, molto freddi, tanto che la fontana gelava e a noi bambini ancora sotto i tredici anni ci venivano in soccorso i calzoni lunghi e gli scarponi, oltre ai guanti, alle berrette e sciarpe avvolgenti di lana che la mamma opportunamente ci preparava. L'inverno era lungo e solo i giochi in casa, la collezione delle figurine e i lavoretti con le matite e i colori, riuscivano a distoglierci dal suo feroce freddo, dalla sua pigra tristezza. I compiti? Ah, solo una gran fregatura! Una tortura che segnava la giornata in modo indelebile con scappellotti, pianti e sgridate che riguardavano un futuro troppo lontano e disturbante, anche se io non l'ho mai dato per scontato. Semplicemente non ci pensavo, al futuro; quello che faticavo a capire era come mai tutti andassero a lavorare alla Beretta. Mi dicevo che era l'unico lavoro possibile, ma che io sarei andato via da Inzino, in città, a cercarne uno più bello (forse già allora pensavo che dipingere e scrivere poesie potesse diventare un lavoro, anche se ancora adesso dubito che lo possano essere). Non ho mai in effetti avuto presente l'idea dello scambio, cioè il faticare obbligati e in cambio avere del denaro per acquistare da mangiare e vestiti e tutto ciò che serve. Davo naturale e forse miracoloso, l'avere ciò che serviva senza dover sottostare a obblighi lavorativi, eppure vedevo che papà per molte ore della giornata non c'era, vedevo che oltre alle otto ore alla Beretta ne faceva altre di straordinario per le piccole officine vicino a casa. Nonostante questo, ricordo di non aver mai pensato che la mia vita sarebbe stata scandita dal lavoro in fabbrica o in officina. Naturalmente, come tutti in paese, sarei anch'io entrato alla Beretta, seppure per poco; anch'io avrei scoperto la disumana negazione del godere la vita, le stagioni, la bellezza di una giornata di sole o semplicemente coltivare i miei interessi (già allora ne avevo più di uno, tutti così tremendamente urgenti). Verso aprile iniziavano anche le lezioni del catechismo che si tenevano in canonica. Nilde, donna "di peso" in tutti i sensi, era decisa, ma anche tollerante ai ritardi e alla nostra riluttanza nell'imparare a memoria frasi e concetti. Più spesso ci intratteneva con racconti sul purgatorio e l'inferno che, ovviamente, erano colorati di immagini e metafore dirette che sembravano centrare le mancanze quotidiane di noi bambini e ci colpivano più di tante prediche di don Nicola. Nonostante ci fosse una pagella con voti anche per le lezioni di catechismo, nessuno era preso dall'ansia o dalla paura di essere bocciato. L'arrivo della primavera portava continui canti di rondini e i vermicelli uscivano dalla terra quasi a cercare il tiepido sole. La scuola, verso aprile, si faceva più sopportabile e la noia che in alcune lezioni, soprattutto nelle ore di matematica, ci induceva a marachelle innocenti quasi mai però memorabili, diventava meno invadente. Maggio era il mese preferito, mio e di Lori, non solo perché c’era la festa del suo compleanno, ma perché la scuola era agli sgoccioli, le giornate si facevano più calde, i calzoni lunghi s'accorciavano, si intravvedeva l'estate liberatoria e ci saremmo visti di più dal nonno. La "Festa degli alberi", con i canti, i bigliettini dei propositi e la passeggiata di tutte le classi in Val Rendena, ci suggeriva non tanto che la Terra aveva bisogno delle nostre cure, quanto il pensiero delle vacanze vicine. Don Nicola, dopo la messa sul prato colmo di margheritine bianche e la benedizione, si prestava nello scavare buche col badile e nel piantare i teneri alberelli in luoghi opportunamente scelti, forse secondo un progetto di una qualche idea di geometria. Sono ancora tutti lì a decorare gli orli della montagna, alti con i loro solidi rami, la loro bella chioma e i loro piccoli. Il pensiero dell'imminente estate occupava tutti i nostri pensieri, con progetti di giochi e sconfinamenti sui prati intorno alle case. I compiti in quello sgocciolo d'anno scolastico, spesso si dimenticavano nella cartella nascosta sotto il divano, fino al mattino dopo; le sgridate non risolvevano la nostra esuberanza e la voglia di libertà dalla scuola. L'arrivo dell'estate era segnato dalla campanella di fine anno scolastico, così aspettata e poi santificata. L'estate era come una festa perenne; le giornate le ricordo molto lunghe e calde. Eliana, Mauro, Loretta, Fabrizio ed io scorrazzavamo liberamente nei prati del nonno, vasti come il mare che la colonia per ben due volte ci aveva fatto incontrare (ma non scattò mai l'amore); il verde della montagna, gli animali, le corse libere ci affascinavano di più, molto di più. Quasi tutti i giorni ci trovavamo da nonno Angelo, senza il bisogno di dirlo; a noi si aggiungevano, a volte, anche le altre cugine, Franca e Noretta, le figlie di zia Maria, così riservate e pudiche, castigate dalla loro veste sempre precisa e immacolata. Eravamo sempre in compagnia, cugini e cugine, ed io non ho mai sofferto la noia della solitudine.
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