- Titolo: Pura Follia 1996-2009
- Autore: Gennaro Esca
- Collana: Libellula Edizioni
- Data di uscita: Marzo 2009
- Pagine: 52
- ISBN: 9788895975405
Purafollia è la ricerca di Gennaro Esca durata circa tredici anni, ed ancora in corso. È la diversità raccontata in pittura, lasciando scivolare via il gesto, il segno di un tempo, e non è facile raggiungere immediatamente momenti così marcati sui supporti vuoti, anche se a loro volta già palpitanti. Sbatte l’immagine dell’artista contro le pareti, su ciò che ancora è visibile, e si perde dietro i solchi monocromatici di suggestivi allarmi. In quel campo di Esca, è vero, vi è il ventre disteso di chi soffre la propria Purafollia senza margini di contenimento, senza spazi al limite della vita che scorre inesorabile.
Si sa, tutti abbiamo provato a disgregare ciò che non era disgregabile; si sa che è per questo che guardiamo il definire della Purafollia come un indefinibile volgere di realtà attorcigliate tra loro e sgretolate infine, dove noi siamo coloro che si domandano una realtà indomandabile. Certo, non appare subito la pellicola di tutta una vita, ma ogni tanto, senza che altri si accorgano, sui non-volti disfatti piange il chiaroscuro vago di un tempo che si perde oltre. Il pennello, quando non le dita, si disfa nei solchi delle sue incontenibili linee, accompagnate, piene, marcate, strofinate, definite, indefinite, richiamo ultimo di verità suggestionate da oscuri sogni e illuminate passioni. Vita che si vive non sempre come ci viene restituita dagli eventi; lotta che arretra ma non osa arrendersi, strati di segni ogni tanto dentro, ogni tanto fuori, mai lasciati innominati nello spreco vile e crudele della quotidianità. Sicché resistere ad ogni traccia è un sublime vagare sulla superficie che urla, oltre il silenzioso ondeggiare del colore che si perde nei solchi della tela o della carta fatta a mano e non è più tanto vicino agli occhi. Esca che dice «così vissi con i morti», anch’egli come loro, stende il segno, lo trascina come una indemoniata vicissitudine di scontri sublimi, lo trascina tra le graffiature appena aperte alla loro naturale verginità. Insiste lo sguardo, quasi si sottragga a se stesso, quasi si scontri con il grigiore o l’esistenza eterna dell’essere, soave definirsi di un suono triste, il quale comunica, nell’era della comunicazione, il vivere ed il demoniaco strofinare, ancora, ovunque, dei solchi eterni dell’arte, perciò della vita stessa.
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